Silent Applause

Premise: This is not an attack to the EU or other international institutions, rather a statement of consciousness and a critique of who we are and what we do, or ignore: A humble evaluation of our priorities.

To all those insisting to highlight the fact that ever since the European Union there have been no more wars between the members of the Union, hence defending the European Union as a political union rather than as originally intended (or claimed as intended) trade union, with the pretext that “Union” is better than “Division”, no matter what the Union actually is or does…

Registered death toll from wars since 1945, globally and not accounting for consequent famine, illnesses and, recently, “drowning” casualties:

12.741.458 human lives lost in 161 wars.

And just who do you think orchestrates and finances these wars? Who actually benefits from them? Whom do you think sells weapons all around the globe, left, right and centre?

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Capitolo XVI – Binario 61

Bobby continuò a gareggiare in tutti i tornei che suscitavano in lui un qualche interesse, vincendo altresì il campionato statunitense degli scacchi, anno dopo anno. Nel gennaio del ’62, tuttavia, per la prima volta da quando stavamo insieme, scelse di non parteciparvi; non me ne spiegò il motivo.

A marzo si iscrisse invece al torneo interzonale di Stoccolma – atto alla qualificazione per il campionato del mondo – e vinse, stupendo tutti coloro che, dal ’48, erano abituati a vedere vincere solo i russi. Era l’inizio della sua “corsa” al campionato del mondo degli scacchi. Mi era difficile non ripensare a Sergey, trovando una manifesta analogia con la sua Corsa allo Spazio. La situazione non era poi tanto diversa: dal mio punto di vista, era pur sempre una gara tra Stati Uniti e Unione Sovietica e poco importava se si trattava della conquista dello Spazio o del Re della scacchiera.

Il passo successivo fu la partecipazione al torneo dei candidati a Curaçao, il quale avrebbe portato il vincitore a sfidare direttamente il campione del mondo: all’epoca un sovietico di nome Michail Botvinnik[1]. Bobby arrivò quarto e non la prese bene: sostenne e denunciò che i russi si organizzavano in maniera scorretta, in modo da vincere immancabilmente le prime posizioni. Decise quindi che non vi avrebbe più partecipato, fino a quando la FIDE[2] non ne avrebbe cambiato le regole.

Durante quel torneo, Michail Tal’ – il più giovane campione del mondo nel ’60, uno dei due Re d’Inverno ad interrompere il lungo primato di Botvinnik – fu ricoverato in ospedale per un attacco renale. Bobby, che aveva giocato contro Michail già più di una volta e per il quale nutriva sincero rispetto e stima, fu il solo ad andare a visitarlo. Bobby mi parlò spesso di Tal’ e mi piaceva constatare questa sua ammirazione per qualcun altro; era raro. Me lo descrisse come una persona intelligente e fantasiosa, che però beveva e fumava eccessivamente. Mi disse anche che, nonostante una deformazione alla mano destra, era un talentuoso pianista; pensai che avrei tanto voluto sentirlo suonare anch’io, ma non ne ebbi l’occasione.

***

Qualcuno pubblicò un libro interamente dedicato a Bobby, alla sua storia e alle sue migliori partite; capii che il quattordicenne che avevo incontrato sei anni prima, a Chicago, era ormai cresciuto. Era diventato un uomo di quasi vent’anni, forte e determinato, fragile e solo. Nel gennaio del ’63, Bobby vinse nuovamente il campionato statunitense e i mesi successivi continuò a vincere tutti i tornei a cui partecipò, preparandosi per una manifestazione, prevista per la fine di novembre, in cui avrebbe gareggiato contro quattrocento avversari, in un unico evento.

L’ultimo ricordo di intimità che conservo di Bobby risale all’agosto di quello stesso anno, quando eravamo entrambi sdraiati sul divano davanti al televisore: quello stesso televisore che accendeva raramente, e sempre con reticenza, per paura di ipotetiche radiazioni che avrebbero potuto – a suo dire – rovinargli il cervello. Seguivamo la Marcia su Washington: la marcia di quegli uomini dalla pelle scura, quasi nera, che vidi per la prima volta a Chicago e che mi abituai ad incontrare ogni qualvolta passeggiavo al nord del parco, nel quartiere di Harlem. Uno di loro, chiamato Martin Luther King Jr., parlava al microfono dalla scalinata del Lincoln Memorial, incitando alla pace, l’eguaglianza e la libertà: « I have a dream » ripeteva con efficacia e risolutezza. Pochi mesi dopo, capii che Bobby non avrebbe più avuto tempo per me.

***

Un giorno come gli altri, ma diverso, uscii di casa. Mi diressi verso il punto di partenza, verso i treni che mi portarono qui, in cerca di una sorta di conclusione che avrebbe dato pace alla mia fragile emotività e una scelta non scelta. Quando arrivai nel punto in cui mi aspettavo di trovare la Penn Station, che tanto avevo ammirato sei anni prima, non c’era più. Ero confuso. Pensai di aver perso il senso dell’orientamento. Doveva essere lì, ma non c’era; come se non fosse mai esistita, come se l’avessi solo sognata. Non potevo credere che qualcuno potesse aver avuto il coraggio di demolirla. Chi sarebbe stato capace di un tale affronto, alla città, alla sua storia, alla sua bellezza, alla sua gloria? Mi convinsi di averla solo sognata e fu proprio la sua inesistenza a darmi quel senso di fine: la fine inevitabile di ogni cosa.

Continuai quindi la passeggiata facendomi trasportare, questa volta, dal suono dei treni in lontananza – ma non troppo lontani – ed arrivai così al Grand Central Terminal, un enorme edificio in granito. Riconobbi quasi immediatamente il vetro dell’orologio sulla facciata: era indubbiamente di Tiffany, il suo stile era inconfondibile.

L’immane orologio era contornato da ancor più colossali statue scolpite nel marmo; in esse riconobbi altrettanto facilmente Minerva, Ercole e Mercurio; o Atena, Eracle e Hermes. Non potei fare a meno di desiderare fortemente di tornare nella mia amata terra natale. Mi chiedevo se sarebbe mai successo. Entrai, cercando di allontanare quei desideri che mi parevano piuttosto dei sogni impossibili che delle lucide ambizioni. Non avrei mai saputo come tornare a casa e, di certo, non avrei mai ritrovato Outis: ne avevo ormai dimenticato finanche l’odore.

Il Grand Central Terminal era molto diverso dalla Penn Station, seppure, nella sua diversità, non aveva nulla da invidiargli. L’atrio era immenso ed i soffitti di acquamarina altissimi. La luce dei caldi raggi del sole penetrava prepotentemente attraverso le finestre arcate a mezza luna, donando all’ambiente un non so che di fantastico e maestoso. Le finestre erano contornate da sculture, alcune ritraenti grandi ruote alate che connotavano la magia dei treni. I miei occhi vagavano in ogni dove, imponendo alla mente di non pensare a ciò che stavo lasciando.

***

Il soffitto mi riportò per un istante e magicamente nello Spazio, ritraendo le varie costellazioni conosciute dall’uomo. La bellezza di Pegaso m’incantò particolarmente, fino a quando non notai un’anomalia: ricordavo che Sergey teneva, appesa al muro sovrastante il camino, una mappa delle costellazioni e, se quella era giusta, allora quella della stazione era stranamente capovolta. Pensai che capovolta avrebbe forse riflesso il punto di vista di Dio. Fu proprio mentre pensavo a Sergey che un bambino, accompagnato da un vecchietto col bastone, si fermò accanto a me cercando di capire cosa stessi osservando, tentando di seguire la traiettoria del mio sguardo. Quando si accorse anch’egli delle costellazioni, il vecchietto gli raccontò di un fatto accaduto sei anni prima:

«È bello figliolo, vero? Queste costellazioni furono la prima cosa che vidi quando arrivai a New York, in treno dal New England. All’epoca lavoravo ancora come ingegnere per il dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America. I progressi della Russia a livello di sviluppo balistico e missilistico cominciarono a farci paura, anche se si tentava in tutti i modi di nasconderlo. Proprio il giorno in cui arrivai qui, l’8 luglio del 1957, istallarono in questo atrio un enorme missile Redstone con la trionfante scritta: «US ARMY». Vedi quel piccolo buco nero sul soffitto? Lì, vicino ai pesci? Quello è il punto di leva dove attaccarono con grosse corde la sommità del missile per tenerlo dritto. Lo guardavamo tutti con stupore e meraviglia. Tre mesi dopo, la Russia vinse il primo traguardo della Corsa allo Spazio, lanciando in orbita il suo Sputnik 1: il primo satellite artificiale nello Spazio. Il mese successivo mandò con successo lo Sputnik 2: la prima navicella spaziale ad essere stata lanciata in orbita con a bordo un essere vivente. E sai che c’è di nuovo ora mio caro figliolo? Poco dopo essere stato eletto, il Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, ha dichiarato che il nostro prossimo traguardo sarà quello di sbarcare sulla Luna prima dei russi; e credo proprio che ce la faremo!»

Il piccolo era ammaliato e guardava quel vecchietto con stima e ammirazione. Si allontanarono, dirigendosi verso il banco delle informazioni. Sopra di esso poggiava un bellissimo orologio a quattro facce e a forma di grande pomo. Tutto in quel posto era bello; sembrava che la bellezza fosse una condicio sine qua non.

***

Mentre cercavo ancora di capire cosa fare e dove andare, nuovamente solo, nuovamente in esclusiva compagnia della mia solitudine, contemplai, guardando invero nel vuoto, il tabellone delle partenze. Le lavagne ricoperte di gesso, con la calligrafia del buonuomo in uniforme e riportanti arrivi e partenze della Penn Station, al Grand Central non esistevano. Al loro posto c’erano dei teleindicatori a palette che ruotavano alla ricerca dei numeri e delle lettere giuste, creando un suono particolare che ancora oggi echeggia nelle mie orecchie.

Rimasi immobile davanti a quel tabellone per ore, fino a quando, verso l’ora di pranzo, una voce allarmata annunciò all’altoparlante che lo stesso Presidente Kennedy di cui parlava il vecchietto, quello che dichiarò l’ambìto traguardo lunare, era stato appena assassinato, in una città di nome Dallas. La gente cominciò immediatamente ad agitarsi, urlando e piangendo, come se fosse morto un loro caro. Quell’epidemica agitazione mi soffocò all’istante e, senza pensarci due volte, corsi giù per le scale e nei meandri di corridoi labirintici, nel tentativo di fuggirne.

Mi ritrovai inaspettatamente nei sotterranei della stazione, all’altezza del binario 61. Il binario sembrava essere in disuso: sopra vi dormiva un treno abbandonato di soli tre vagoni, uno dei quali ospitava una vecchia Lincoln nera decappottabile. Avrei scoperto solo in seguito che quell’automobile aveva un nome ed un proprietario: era la Sunshine Special dell’ex Presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Roosevelt.

Continuai, spinto dall’istinto, a percorrere quel binario fino ad arrivarne al termine. Pensando di essermi allontanato a sufficienza, salii per altre scale e spalancai la porticina che vi era in cima. Questo improbabile percorso mi condusse in un ampio atrio dorato. Pur ignorando dove fossi capitato, capii subito di non trovarmi più nella stazione; ero nuovamente, totalmente, disorientato.

[1] Michail Botvinnik, Campione del Mondo degli Scacchi dal ’49 al ’63.

[2] Federazione Internazionale degli Scacchi.