New spaces for new parents

I was officially born in the 17th century.
My homeland was England.
My parents were many.
They conceived me in coffeehouses.

I was officially born in the 17th century,
When the crowns of Scotland and England united,
When James VI, King of Scots,
Ascended to the throne of England as James I;
When civil wars between roundheads and cavaliers
Ended in Parliamentary victory,
At the Battle of Worcester.

I was officially born in the 17th century,
At the time of Interregnum,
Commonwealths, Glorious Revolution,
William and Mary
and the English Bill of Rights.
Reformation and proliferation of literacy:
People learnt to read the Bible,
Then chose to be curious and explore,
Secular literature and novels
In circulating libraries.

My parents were many.
They conceived me in coffeehouses,
Scattered around the city,
Spread throughout the country,
And finally reached abroad:
Another Revolution,
on the other side of the Channel.

My parents were many.
They met at intellectual bacchanalia,
In reading societies and clubs,
‘Cause that’s where news was communicated.
Freely criticizing politics and governments,
They engaged in conversations
in an environment of confrontation,
Social status set aside,
To listen, exchange, formulate,
Understand and comprehend.

Another William called me ‘mistress of success’,
Blaise thought I was ‘the queen of the world’.
Being well informed and debate in social networks
Was a duty, before being a right,
As my parents’ opinion would guide the rulers,
Ideally in the interest not of few, not of many,
but of all.

First heeded by governments,
They quickly learnt to manipulate me,
They muzzled me and domesticated me,
Taking away my freedom and relevance,
With the unofficial excuse by which
My parents were too ignorant
to even have a voice.

Now those coffeehouses have changed their shape,
Intangible, virtual, ethereal,
New spaces for new parents
To develop ideas, opinions,
And exchange;
Not currencies or stocks
but information and views.

I am my parents’ voice,
My name is Public Opinion.

Capitolo XV – Un Tram Chiamato Desiderio

Il signore sulla quarantina, un po’ zoppo, che si allena a correre nei giardini di questo castello, acquisisce ora un’espressione rassegnata; probabilmente si sente anch’egli immobilitato, in preda a quella deleteria sensazione di sfiducia nei confronti della partita. Non lo conosco, ma per intuito scommetterei che vincerà; di certo non sembrano mancargli audacia e determinazione.

Il caldo che ha caratterizzato la giornata si sta affievolendo a poco a poco con l’alzarsi di una piacevole brezza, tipicamente romana, che inonda le stradine in cui si incanala. La risolutezza che mi abitava – prima di incontrare Penelope assieme all’uomo del Bar Amore – mi ha abbandonato. La volatilità dei miei intenti, tuttavia, non mi sorprende; dopotutto mi prefiggo ogni giorno di andare a cercare la mia Penelope e, ogni giorno, rimando, fabbricando scuse e a volte neanche quelle. Stranamente però, non mi capita spesso di incontrarla per caso e, mai, mi è capitato di incontrarla con quell’uomo.

Non avendo più obiettivi, decido di alzarmi, nuovamente senza meta; sono i miei passi a portarmi – come se avessero una facoltà di intendere propria – verso via Cola di Rienzo, nel rione Prati, costeggiando il Palazzaccio e passando per piazza Cavour. Adoro il Palazzaccio; mi è sempre piaciuto. Nonostante le innumerevoli critiche di chi lo ritiene eccessivo, troppo complicato, sovraccarico di dettagli, finanche nient’altro che una massa di travertino in preda al tetano, mi dà sempre una bella sensazione. Non la saprei descrivere.

Il palazzo, che in verità si chiama Palazzo di Giustizia ed ospita la Corte Suprema di Cassazione, è uno degli edifici più imponenti che io abbia mai visto: incute timore e riverenza al contempo, e immagino che siano precisamente i sentimenti provati dal pregiudicato di turno che vi entra.

Sempre davanti a questo palazzo, anni fa, sentii quegli stessi due signori – che vedevo spesso, in giro per la zona, cimentarsi in grandi discorsi, apparentemente assurdi – asserire che ci vollero ventidue anni per costruirlo e che, sia durante i lavori, sia subito dopo l’inaugurazione avvenuta in presenza del Re Vittorio Emanuele III, il palazzo presentava seri problemi di stabilità, dovuti alla natura alluvionale del terreno, troppo vicino al fiume Tevere. Il signore un po’ più basso, pelato e dagli occhi piccoli ma gentili, disse che fu proprio per questa sorta di “fallimento” che l’architetto Calderini si suicidò.

***

A Penelope non piaceva fare shopping – una delle attività principali caratterizzanti questa zona – ma adorava i vini di Costantini e le delizie di Franchi e Castroni. Ci capitava quindi di venire qui almeno una volta a settimana: da Franchi, lei prediligeva l’acquisto del prosciutto cotto Barabino, l’Emmentaler AOC – sostenendo che il vero Emmental è solo quello svizzero con i buchi grandi – e il cuore delle forme di Parmigiano Reggiano, granuloso prima e “scioglievole” poi. Per me, comprava il salamino Negronetto ed altre norcinerie delle quali ero particolarmente ghiotto. Da Castroni, invece, sognava ad occhi aperti di comprare tutto; tutto in quel posto la affascinava; era come viaggiare il mondo, trasportati dalla fantasia evocata dagli odori, vagando unicamente entro i confini del locale.

All’altezza di Franchi e Castroni mi inebrio quindi, respirando a pieni polmoni, dei profumi emanati da tutte quelle prelibatezze. Non entro; non posso. Resto dunque, qui davanti, ad immaginare solamente, avvalendomi di una remota nebulosa memoria, una goduria culinaria che non provo più ormai da anni. Il traffico tuttavia corrompe questi odori, mentre i vari furgoncini dei fornitori mi impongono di spostarmi. Proseguo per la via. I passanti mi ignorano: sembrano tutti rincorrere qualcosa, si muovono freneticamente, sono scoordinati, appaiono smarriti, confusi. Mi inquietano. Allora allungo il passo nel tentativo di non ragionar di lor e arrivo presto alla fine della strada, dove essa sbocca su piazza della Libertà.

Passo per i giardini per approfittare un momento dell’ombra degli alberi; guardo un attimo le persone sedute sulle panchine, giovani e vecchi che aspettano il passare del tempo. Sorrido ripensando alla coppia di barboni che litigava stamattina. Amo le mie passeggiate, i miei incontri, un po’ meno il susseguirsi di pensieri che pervade la mia mente senza darmi tregua. Vado avanti, attraverso il Lungotevere dei Mellini e il ponte Regina Margherita, per scendere verso piazza del Popolo.

Com’è cambiata! Quando arrivai a Roma questo grande spazio ospitava un enorme parcheggio all’aria aperta, prevalentemente colmo di Fiat Uno, Panda, Tipo e 500. Ora la piazza è meramente pedonale. Nel periodo in cui fecero i lavori di ristrutturazione, mi capitava spesso di passare da queste parti; il mio amico Bubi entrava e usciva dal vicino ospedale San Giacomo; si rompeva sempre qualcosa in moto o motorino. L’ospedale oggi non esiste più. È così che passa il tempo: con la mutevolezza dei luoghi ed il passaggio dei personaggi che li popolano.

Le sole a rimanere intoccate sono le due chiese “gemelle” che in verità gemelle non sono; mi hanno sempre affascinato. In quella degli artisti, la basilica di Santa Maria in Montesanto, avvenivano spesso – e avvengono tutt’ora – i funerali di gente importante; resa tale, credo, dalla benevolenza del popolo oltre che dai loro talenti. È così che passa il tempo: con l’immutevolezza dei luoghi ed il passaggio dei personaggi che li popolano.

Aldilà della Porta del Popolo, nell’indomabile e caotico piazzale Flaminio, oltre l’ingresso al parco di Villa Borghese, sul prato a sinistra, accanto e sopra l’immancabile “muretto”, c’era sempre un gruppo di giovanotti che passava il tempo bevendo, fumando, parlando di ambizioni ed elaborando affascinanti e strampalati piani per il futuro. Quei ragazzi, dalle più disparate origini e che ricordo con affetto, si facevano chiamare allegramente i Flaminio Maphia. Il pomeriggio venivano spesso raggiunti da sorridenti ragazzine “ribelli” in uniforme blu notte: frequentavano una scuola cattolica francese e si recavano qui dopo gli orari scolastici, unendo il sacro al profano, quotidianamente.

Si respirava spensieratezza tra loro e mi accoglievano sempre calorosamente. Col passare degli anni, ahimè, sparirono; era probabilmente giunto il momento di materializzare i sogni. È così che passa il tempo: con la mutevolezza e l’immutevolezza dei luoghi ed il passaggio dei personaggi che li popolano.

Mi dirigo al Pincio, decidendo di trascorrere lì un po’ del pomeriggio.

***

Quando Bobby tornò dalla Russia – dove era andato con sua sorella Joan lasciandomi a casa – abbandonò finalmente la scuola e decise di abitare per conto suo – con me – in uno dei quartieri più malfamati di Brooklyn. Sebbene fosse stata Regina a supportarlo ed incoraggiarlo, adoperandosi per lui tutta la vita, Bobby ora sembrava vergognarsi di sua madre, anche se era ancora lei a mantenerlo economicamente. Nutrivo un gran rispetto per Regina; mi rendevo conto che non doveva essere facile avere un figlio così: un genio inadattabile.

Le abitudini di Bobby cambiarono gradualmente. Cominciò a dormire durante il giorno, mangiare a intervalli irregolari e vivere di notte. Ed era di notte, infatti, che intraprendevamo lunghe passeggiate per le strade di New York, placidi, in silenzio; credo cercasse di evitare il più possibile la gente, soprattutto gli ingombranti giornalisti e fotografi. Sempre di notte, amava giocare a scacchi con sé stesso, ascoltare la radio e leggere le innumerevoli riviste impilate qua e là in giro per la stanza.

Cambiò, altresì, modo di vestire, prendendo la consuetudine di agghindarsi in giacca e cravatta, abbandonando i suoi maglioni pesanti e le sue scarpe da ginnastica. Era giunto alla conclusione che, fintanto che non si fosse vestito bene, la gente non gli avrebbe mai mostrato il dovuto rispetto. Non condivideva l’importanza attribuita all’apparenza e disdegnava le persone che lo valutavano in base ad essa, ma accettò questo cambiamento come una nuova regola di gioco; non avrebbe potuto fare altrimenti. Di fatto, era chiaro anche per me che la maggior parte delle persone giudicava chi aveva di fronte in base all’aspetto. Poteva pure essere il campione del mondo ma, se non si fosse messo in tiro, lo avrebbero sempre visto come un rozzo ragazzino monomaniaco.

Volevo molto bene a Bobby. Mi sentivo come se fossi l’unico a vederlo per quello che era veramente e credo che lui confidasse in questo. Era diverso da come lo dipingevano i giornali, secondo i quali sarebbe stato un ragazzo arrogante, scontroso ed egocentrico. È vero che si reputava il più bravo giocatore di scacchi di tutti i tempi, ma se lo asseriva era solo perché glielo chiedevano e rispondeva con sincerità senza false modestie; e non era arroganza la sua, come scrivevano, bensì consapevolezza della propria intelligenza. Non lo avrebbe mai ammesso ne lasciato trasparire, ma sapevo che soffriva di tutte quelle critiche; le subiva come attacchi personali dinanzi ai quali non poteva che sentirsi indifeso. La sua unica difesa diventava così la vittoria alle partite di scacchi. Il suo mondo era la scacchiera, i pedoni i suoi amici, il trionfo la sua rivalsa.

Le nostre giornate passavano nella semplicità. Si assentava spesso per seguire tornei in altre città, altri stati, altri paesi ma, quando c’era, ci dilettavamo a guardare insieme i film basati sui romanzi di Tennessee Williams e ascoltare i dischi di Victor Sylvester. A volte nell’intimità di casa, Bobby si divertiva a fare il ventriloquo, regalandomi spettacoli spensierati e un po’ di leggerezza. Stavo bene in sua compagnia.

Ricordo una notte in particolare, quando mi lesse un libro intitolato Un tram chiamato desiderio; mi piacque moltissimo. Era la prima volta che qualcuno mi leggeva un libro e ne ero stregato. Ricordo, di quel dramma, che mi affascinò oltremodo la capacità dei personaggi di illudersi fino all’inverosimile, sfiorando la follia, rinnegando la realtà della propria condizione, prediligendovi una qualunque fantasia. Bobby era mio amico.