NO TOLLERANZA

Essendo nata in una famiglia multietnica [padre greco-inglese-ghanese; madre iraniana] e multireligiosa [genitori aperti ma di base padre ortodosso; madre musulmana], nonché cresciuta a Roma [dove ben sette imperatori erano di origini africane e non sembrava essere un problema] in una scuola internazionale cattolica [dove le suore ci accoglievano tutti senza discriminazione alcuna], la differenza di lingue, culture, usi, costumi e religioni, non mi ha mai sorpreso se non in maniera positiva, davanti alla scoperta di un qualcosa che non conoscevo.

Per persone come me, cresciute in un contesto dove le diverse lingue, culture, usi, costumi e religioni, coesistono tanto placidamente da non far trapelare neanche la possibilità che vi sia un problema, non è facile concepirlo né comprenderlo. Pare quasi assurdo.

La parola “integrazione” è esistita per me solo dal 2003,

alla mia prima visita in Libano dove passai un anno a studiare all’AUB. Ad impressionarmi era l’architettura della città che, seppur ancora distrutta dalla guerra, testimoniava la coabitazione, un tempo, di 18 religioni diverse. Ero già stata in Iran, negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Olanda ecc., ma mai come allora, mi immersi nel concetto di integrazione sotto un punto di vista storico, sociologico e filosofico.

Fu solo una volta in Francia, però, che percepii per la prima volta la reale gravità del “problema” di integrazione; lì, più comunemente concepito come un problema di “tolleranza”. Mi confrontai da subito con il razzismo passeggiando per strada con un senegalese. Non mi era mai successo di sentirmi trattata diversamente solo perché in compagnia di un uomo dalla pelle scura; eppure fu così. Fatto reso ancor più strano dalla presenza di una moltitudine di stranieri [prevalentemente provenienti dall’Africa francofona e dai dipartimenti d’oltremare], di coppie miste e di figli meticci, frutto senza dubbio della lunga storia coloniale del paese.

Sebbene i temi di immigrazione e terrorismo, soprattutto dato gli ultimi sbarchi e attentati in paesi europei, facciano le prime di tutti i giornali, in Francia, l’argomento sulla tolleranza è oggetto di discussione quotidiana ormai da decenni, dal bancone del bar ai tavoli della politica. Ma in tutti i discorsi che ho avuto l’opportunità di ascoltare, ciò che mi ha stupito è il concetto di “tolleranza”, già di per sé, secondo me, arrogante e ingannevole all’origine.

Tollerare ha intrinseco in sé la negatività dell’oggetto tollerato, nei fatti risultante in un’inspiegabile superiorità del soggetto tollerante vis à vis dell’oggetto tollerato. La sua accezione molto sembra distanziarsi dal concetto diverso di integrazione. In tolleranza vi è la connotazione di sopportare, in integrazione vi è la connotazione di completare. Usare il lemma “tolleranza” ricorda inevitabilmente tutti gli esempi di intolleranza rimasti impressi nella storia di quest’ultimo secolo. “Tolleranza” non può essere il termine usato per la creazione di una rinnovata volontà collettiva.

Ma qual è dunque il vero problema?

Alla base, come suggerito da Habermas, c’è sicuramente un problema di comunicazione. Comunicazione qui intesa come azione sociale, atta a creare i presupposti per un intesa razionale tra esseri umani. Da questa comunicazione ci si aspetta universalmente correttezza, verità, veridicità, comprensibilità. Se a dominare gli uomini e la loro coesistenza sono razionalità di tipo religioso, politico, o procedurale, dettato da norme, punizioni e “incussione” della paura, è oggi possibile appurare il fallimento totale di tale dominio. Per smuovere la fondamentale Opinione Pubblica, nella direzione di una vera e propria emancipazione umana, è necessaria una comunicazione di tipo universale, che attinga all’essenza dell’essere umano stesso.

Il problema con la comunicazione è chi la usa, cosa vuole trasmettere e con quale fine.

È innegabile che nella società moderna chi ha la parola, e dunque il potere, chi vede l’uomo come un mezzo e non come un fine, ha trovato, attraverso i mezzi di manipolazione di massa, il modo di modellare, a suo piacimento e per i propri fini, l’Opinione Pubblica resa ormai del tutto passiva.

Se è necessaria una comunicazione universale per creare un’intesa razionale tra esseri umani, è altresì necessario risvegliare l’Opinione Pubblica affinché ritrovi il suo valore originario, come campo di dibattito tra cittadini privati e su questioni di interesse collettivo, affidandosi alla critica razionale ed alla forza costrittiva dell’argomento migliore.

Credo fermamente, che come nel contesto in cui sono cresciuta, per mettere fine a questo teatro dell’assurdo, la comunicazione sia alla base di tutto. Sono quindi inutili bombe e rappresaglie, discorsi alla Ionesco. Ciascun paese ha il dovere di ristabilire una comunicazione universale basata sulla nostra essenza, fondata su principi etici quali correttezza, verità, veridicità, comprensibilità; ripartire da noi stessi per ritrovare la comprensione profonda della realtà sociale in cui vivono gli uomini, per poter poi operare razionalmente in quella stessa società, in modo da poterla cambiare.

Voglio iniziare con un solo concetto: meno tolleranza e più integrazione.

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