Il quartiere dietro l’angolo

Non ho sognato ieri notte.
Esco di casa.
Ripercorro le strade
che già diventano famigliari:
le strade del centro città,
meticolosamente curate
scrupolosamente pulite;
a tradire la loro perfezione
solo il disdicevole fetore
dei sprigionamenti notturni,
di coloro che non vi possono rinunciare
poiché reduci di corpi incontinenti,
i fiumi di vino bevuti.
È domenica e tutte le attività
sono chiuse.
Ricorda la Roma di trent’anni fa
la Roma che di domenica si riposava
i svuotava, si fermava.
Arrivo al bar che ho deciso essere il mio preferito
per stile, frequentazione, ubicazione:
una piazzetta straordinariamente
sempre baciata dal sole.
È chiuso, come è chiuso
la domenica
il mio locale preferito romano.
Decido quindi di partire all’avventura
inoltrandomi laddove
il mio corpo ancora non è stato.
E percorro tutta la Rue Sainte Catherine
l’equivalente della romana via del Corso
e arrivo a Place de la Victoire
l’equivalente della romana piazza del Popolo.
Decido di proseguire oltre
sempre dritto
poco importa dove mi porti
la strada,
mi fido delle strade.
E mi ritrovo in un’altra città,
nella stessa città,
dove si trovano i poveri
dove si trovano i colori
dove si trovano i suoni
dove si trovano gli odori.
Semplicemente girando l’angolo.
Qui la gente ha un’aria diversa
un’aria più semplice
un’aria più animale,
oserei dire più genuina.
Le case non sono vestite a festa,
non conoscono l’eleganza
dei ritocchi obbligati
dall’importanza della parvenza;
ma le loro porte sono colorate
le loro porte sono aperte.
Il primo a salutarmi
con un candido “Bonjour
è un uomo dalle palesi origini
africane.
Si sta pulendo le orecchie
davanti al portone di casa
con un cotton fioc
e sorride.
Lo saluto e proseguo.
I bar qui sono umili e vecchi
ricordano i bar di Accra
quattro sedie senza tavolino
per strada
e un minuto locale.
Continuano a salutarmi
bonjour madame, bonjour
sono principalmente uomini
di tutte le razze
le donne devono essere altrove
probabilmente occupate a cucinare
come suggerirebbero i profumi a quest’ora
inondanti le strade.
Rispondo garbatamente a tutti i saluti
dubitando di malintenzionati
secondi fini,
ma che importa?
Mi è sempre piaciuto salutare
gli sconosciuti.
E così passeggio
nei meandri di un labirinto
degradato ma oltremodo affascinante,
in lontananza noto le vette
di una chiesa che immagino
maestosa
mentre chiamo un amico romano
per condividere il mio placido stupore
pensando che dall’altra parte
venga percepito e goduto.
Più mi avvicino e più la perdo,
le case la nascondono dai miei occhi
curiosi e ostinati.
Immagino di essere troppo vicina
per vederne ancora le torri
e allora cammino
con l’ausilio del mio scarso senso dell’orientamento
fino a che, improvvisamente,
la ritrovo, gloriosa,
davanti a me:
la chiesa del Sacré-Coeur.
Due donne dalle palesi origini
africane
sono sedute sui suoi gradini;
è bello vedere tanta gloria,
anche trai poveri.
Nulla ha a che vedere
con la solita chiesa
moderna e cementata
dei quartieri periferici romani
a cui sono costretti
i malagiati;
qui l’estetica appartiene anche
al più umile degli indigenti.
Un odore di erba particolare
mi distrae imponendomi di seguirlo,
ma non percependone chiaramente
la provenienza
mi distraggo ancora.
Due piroette su me stessa
e con l’ausilio del mio scarso senso dell’orientamento
ritrovo la strada del ritorno
che riporta all’ordine, al pulito, al meticoloso,
all’uniforme, alle maschere, alle porte chiuse,
al disdicevole fetore,
alle eleganti case vestite a festa.
È perfetto il centro della città,
appaga gli occhi
offuscandoli di bellezza,
ma il quartiere dietro l’angolo…
mi ha colpito come un sogno
sognato al mio risveglio.

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