L’appuntamento di x e y

x agiva in incognito
cercando di lasciare il segno
non con le parole ma con termini noti
che avrebbero dovuto esporre
il reale valore di y.

Ma x abitava nel mondo della teoria
e la sua funzione non gli era poi tanto chiara
immaginava di essere diversa
più limpida, più diretta,
anche lei un termine noto,
mentre una dipendenza funzionale
l’allontanava irrimediabilmente
dalla realtà concreta
della causa e dell’effetto.

y dal canto suo
attraversava un periodo difficile
perdendo z e cadendo spesso.
La frequenza degli imprevisti
statisticamente improbabile
suggeriva tra le ipotesi
una costante metafisica
rasentante il surreale
un esperimento voodoo di difficile equazione.

y era di fatto enigmatico
e nonostante fosse attratto da x
le innumerevoli variabili
rendevano indecifrabile la loro relazione.

x sapeva che qualcosa la legava a y
ma y esigeva una prova
al di là di una teoria coerente e non contraddittoria
vera solo in quanto indimostrabile il contrario.
Voleva una certezza matematica
a sfidare la logica
esprimendo fatti veri in N
e avvalorando il teorema.
Avrebbe rifiutato qualsivoglia proposizione
basata su condizioni iniziali
arbitrariamente stabilite.

x non sentiva invece il bisogno di verifiche
credeva nell’assioma
che riteneva evidente
una nozione primitiva
che intuiva accettandola
senza spiegazioni.

Esaminando tuttavia nell’insieme
gli elementi ostacolanti
la risoluzione del problema
emergevano gli immancabili fattori
spaziotemporali
e non sarebbe stato strano ipotizzare
che non avrebbero trovato mai
un denominatore comune.

La formula scaturita dall’analisi finale
suggeriva in conclusione
che se x fosse diversa da y
si sarebbero scoperti se e solo se
le moltiplicate variabili avessero cessato
di addizionarsi all’impietosa costante
e la distanza non gli avesse più sottratti
l’uno all’altro
dividendoli irrimediabilmente.

Ma x abitava nel mondo della teoria
e la sua funzione non gli era poi tanto chiara
e con ottimismo volle pensare
che se invece fosse uguale a y
lui su di lei sarebbe stato perfetto
l’uno sull’altro, sarebbero stati 1.

x e y sono legati da una funzione
hanno un appuntamento indefinito
ed il calcolo delle probabilità
secondo un concetto lineare
senza acrobazie, sofisticazioni
salti logici o spaziotemporali,
propone avvenga il giorno 30
del secondo mese dell’anno.

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Sento

Sento giocare sulle mie palpebre
le prime luci dell’alba
mentre echeggiano le note dell’ebbrezza
di chi torna a casa sognando la tana.
Passeggiata infinita colma del dubbio
di riuscire nell’unico intento di rientrare
dopo una notte troppo lunga
e non necessariamente generosa.
Passi pesanti e lenti
confusa lucidità.

Sento giocare sulle mie palpebre
le prime luci dell’alba
mentre suonano le note del risveglio
di chi si prepara ad uscire aspirando alla novità.
Rituali automatici colmi di aspettative
che la giornata si presenti diversa
dopo una notte troppo breve
scandita da sogni già dimenticati.
Passi pesanti e lenti
lucida confusione.

Per strada, il passaggio del solito furgoncino.
Gli spazzini chiacchierano mentre cancellano i segni
della notte troppo lunga e troppo breve
appena finita.
Ruggiscono i primi clacson
imprecano le frustrazioni
gli autobus riprendono il loro moto
cinguettano gli uccelli
si alzano le serrande
i trasportatori scaricano privi di delicatezza
quotidiani ancora intrisi di inchiostro
a macchiare le dita del primo lettore
le voci del bar parlano di partite e politica
ordinando un caffè, ristretto, lungo, corretto.

Nel palazzo, il tintinnio delle solite sveglie.
Muggiscono i sbadigli
alcune voci gridano al ritardo
si ritirano i sciacquoni
squillano i telefoni
si riavviano i computer
mentre il notiziario in sottofondo si ripete
i piedi nudi indossano scarpe controvoglia
accelerano i passi pesanti
tacchi che battono sul pavimento
il tetto di qualcun altro
sbattono le porte
chiuse dalle chiavi
si avviano i motori.

In casa, il gioco delle prime luci dell’alba.
È caldo il letto e difficile uscirne
passi pesanti e lenti
confusa lucidità o lucida confusione?
Si accende la musica e la mente
acqua fresca sul viso
necessaria sensazione
gli occhi finalmente aperti
le mani cercano di assemblare
la caffettiera vecchia ma ancora funzionante
l’odore sprigionato annunciante il nuovo giorno
è ora di agire
si risvegliano i pensieri
la notte è andata via.

Dentro, tutto tace.
Sento.

Porpora

Nasce nel verde intenso
di file curate
da mani forti e ruvide.
Le intemperie incuranti
del travaglio struggente
difficile e meticoloso
scavano solchi profondi
come rughe anziane
sulla pelle dell’uomo determinato.

Viene curata, nutrita, amata,
cresciuta con passione
affinché maturi il suo carattere
e la sua bellezza.
Copiosa, generosamente si presta
allo sguardo dei curiosi
che pagano per vederla,
provenienti da ogni dove
saccenti di tutto
fuorché della sua vera essenza.

Accade un giorno d’autunno.
Improvvisamente,
il giudizio di uno sconosciuto
la ritiene pronta
e l’orgoglioso padre dà l’ordine
di portarla in cantina.
Ignara del suo destino
si lascia trasportare
da quello stesso determinato uomo
dalle mani forti e ruvide
che tanto si prese cura di lei.

Viene manipolata, calpestata, schiacciata,
plasmata per il piacere degli altri
affinché come vampiri assetati
ne risucchino la linfa vitale,
scartando ciò che ne resta
come se non avesse di fatto alcuna importanza.
Pelle amorfa gettata a terra.

Indossa il suo profumo migliore,
color porpora è il suo corpo
quando finalmente esce
da quella maltrattante cantina
per essere divisa e rinchiusa
in altre piccole prigioni
impreziosite.

Viene quindi trascinata nei bar
per essere venduta al miglior offerente.
Adagiandosi sul suo tavolo
gli giura di essere diversa dalle altre,
più avvolgente, più equilibrata, più elegante,
promettendogli che se approfitterà
della sua morbidezza
sarà capace di alleviare
la sua sete ei suoi dolori.
Supplicandolo di portarla via,
in sé.

Il pensiero permane

L’ostinato minatore opera
instancabile, giorno dopo giorno,
nutrendo ineluttabilmente
la soffocata paura della pietra,
il solido timore
che non cesserà di picchiarla,
ancora e ancora
e forse per niente.

Il fochino interviene a tratti
decidendo se e quando
fare della padrona una smorza,
terrificando la pietra
tremante ad ogni suono
del prezioso corno di ottone
preannunciante il brillamento della volata.

La pietra sa di custodire il prezioso minerale,
l’intaccabile pepita cristallina ,
ma non ha alcuna intensione di regalarlo,
lo ha già fatto altre volte
solo per poi essere maltrattata,
buttata via durante una logorante gravinatura
come inutile sterile da scarto.
Subisce quindi in silenzio
i ripetuti colpi
perforanti l’intero giacimento,
scuotendola con il riverbero
di quell’assurda sensazione.

La lesta tregua è offerta
unicamente dallo spostamento del minatore
che sui precari binari del carreggio
attraversa continuamente
il corpus callossum
per accertarsi di picchiare ogni fronte,
di non tralasciare alcuno spazio,
cosicché nell’intera miniera
regni il romantico terrore
che non sarò capace di amare ancora.

L’ostinato pensiero opera
instancabile, giorno dopo giorno,
nutrendo ineluttabilmente
la mia soffocata paura,
il solido timore
che non cesserà di picchiarmi,
ancora e ancora
e forse per niente.

Cercando lavoro…

Sappiamo tutti come funziona.
Ce l’hanno spiegato fin da bambini.
Ci fidiamo di loro,
si prendono cura di noi
e non ci fanno mancare niente,
perché Tutto è un tetto, il cibo, la salute e l’educazione,
e loro fanno sforzi per non farti mancare niente,
per darti Tutto,
sanno come funziona
glielo hanno spiegato fin da bambini.
“Te lo dico per il tuo bene!”
Nasci, cresci, obbedisci,
giochi, ma nei limiti delle regole,
“Fai attenzione! Non ti sporcare!
Se ti fai male ti do il resto!”
Studi, menti, esci con gli amici,
metti la tua vita in pericolo,
vuoi fare il ribelle,
“Non parlare con gli sconosciuti”.
Ti andava stretto il grembiule
come ti sta stretta quella camicia a bottoni,
ma “Questa casa non è un albergo!
Finché vivi sotto il mio tetto fai quello che dico io”.
Scegli la materia,
si deve addire ai tuoi talenti
ma deve custodire intrinseche prospettive,
pragmatiche, coerenti, carrieristiche,
e studi ancora,
devi ottenere quel foglio tanto importante
che certifica di fatto
che tu sai pensare.
E allora credi di saper pensare
perché l’hanno detto loro,
hai avuto dei buoni voti,
magari si sono pure complimentati,
“Non c’è motivo perché tu non abbia successo”.
Tanto lo sai quello che devi fare,
te l’hanno spiegato fin da bambino,
promettendoti che se tu avessi studiato intensamente
e ti fossi comportato bene
si sarebbero aperte tutte le porte
“Hai le carte in regola! Il mondo ti attende!”
e saresti potuto diventare ciò che vuoi.
Ma tu ancora non lo sai chi vuoi diventare,
si sono dimenticati di chiedertelo.
Allora ti hanno promesso che quando lavorerai
potrai fare tutto ciò che vuoi,
potrai comprare tutto ciò che desideri.
Ma ancora non sai ciò vuoi
e non sei sicuro che ciò desideri si compri.
Hai sogni da bambino
ei grandi ti guardano con tenerezza,
come se fosse normale che i tuoi sogni
rimangano tali
nell’attesa che tu te ne dimentichi,
che tu cresca.
Hanno fatto un buon lavoro,
tu sei sano e forte,
“Sei finalmente pronto per affrontare il mondo”,
non ne sei proprio sicuro
ma te lo dicono loro
e tu ci credi,
ti fidi di loro.
Hai quel pezzo di carta in mano
e vai di porta in porta a mostrarlo,
ti stupisci che le porte non siano aperte,
ma non ti lasci scoraggiare e decidi di bussare:
“Toc toc! Ho studiato! So pensare! Mi fate lavorare?”
I gentil signori dalla camicia a bottoni un po’ stretta
e la cravatta annodata come un guinzaglio intorno al collo
ti sorprendono ancora di più rispondendoti
con arrogante gentilezza:

“La ringraziamo per il suo interesse nella nostra compagnia, ma ci dispiace dirle che, nonostante le sue competenze e la qualità del suo curriculum, la sua candidatura è stata rigettata”

Torni a casa con la testa bassa,
non capisci il motivo del rifiuto,
sei sano e forte
hai studiato, hai avuto buoni voti,
hai fatto tutto quello che ti era stato chiesto,
e sei deluso come un bambino,
come quando ti hanno detto
“Babbo Natale non esiste!”
e sei sorpreso perché questa volta
invece di abbracciarti
è arrivato senza farsi aspettare oltre
il fatidico giorno.
Il giorno in cui proprio loro,
di cui tu ti fidi e che hai imparato ad amare,
ti dicono con aria di rimprovero:

“Smettila di sognare! Cresci!”

La coscienza dell’universo

Chiari, scuri, accesi, spenti,
ignari pozzi profondi
imprigionanti universi,
sotto piccoli archi pelosi
nutrono linfa a plotoni
di sottili steli, incontrantisi
ad ogni meccanico battito.

Orgogliosi pensano di vedere
e millantano di offrire,
alla ragione la realtà,
mentre la coscienza
indaga dubbiosa
un intuito che giura altro,
consapevole della sua limitatezza
proponendo scenari diversi,
tutti possibili quanto straordinari,
ad una mente indottrinata a credere
che chiari, scuri, accesi, spenti,
vedano tutto ciò che vi è da vedere.

Si spinge tuttavia più in là
l’istinto primordiale
che suggerisce un’Unità:
un unico Tutto
coscienza quantistica
creante la materia
e non viceversa.
Distinto valore assumono
le parole della sacra propaganda
affermanti come eterno eco
“beati coloro che credono senza vedere”.

La percezione persiste instancabilmente,
non cerca addetti né atti di fede,
ma prende per l’anima
ed esige l’ascolto:
“Non ti accorgi forse di non vivere nell’Universo
ma di essere parte integrante di esso?”
domanda con retorica
ad una mente millenaria ormai confusa.

Ad ogni vibrazione
evolve l’entusiasmo e la molecola.
Conosce la sua nature lei
consapevole di essere multiforme e mutevole,
eterna e libera,
parte integrante dell’Universo,
coscienza quantistica
al di là dello Spazio e del Tempo
scaturiti dall’esplosione che gli diede vita,
invertendo l’espansione
e andanti verso l’implosione.

Destinazione: collasso.
La gravità risucchiante il Tutto
fuorché la coscienza
poiché anch’essa è coscienza.
Perseverante dispone
di immaginazione sufficiente
per reinventarsi, Ancora.

Le belle fanciulle

Sono brutte.

Hanno un grande naso aquilino
il viso ricoperto da orripilanti nei,
indossano lunghi cappelli a punta
e cavalcano vecchi bastoni
ai quali legano rami
di saggina, salice, giunco o betulla.

Di notte, quando la gente dorme
e le campane delle chiese
non devono suonare,
ungendo le loro ramazze
con intrugli di Belladonna, Mandragora,
Stramonio e Giusquiamo,
godono del dono del volo
per recarsi al loro sabba.

Sono dotate di poteri occulti,
praticano l’arte della magia,
conoscono la natura e le erbe
estrapolandone infusi prodigiosi
mescolati in grandi calderoni.
Parlano con i morti, con gli spiriti,
con l’universo, accennano profezie
e ciò spaventa i vivi.

E se fossero belle?

Le streghe della Tessaglia
controllano la Luna,
mentre Ecate, anima del cosmo
e madre degli angeli,
vaga da un mondo all’altro,
vegliando sui parti e concedendo
protezione e prosperità.
È venerata.

Nata da Elios e Perse,
Circe, circondata da lupi e leoni,
umani vittime delle sue pozioni,
trasforma in suini gli uomini di Ulisse,
da lui liberati,
mentre senza inganno lo ammalia
per tenerlo al suo fianco
È seducente.

Samuele racconta che Zefania,
la strega di Endor,
capace di evocare lo spirito dei defunti,
predice la morte del primo Re d’Israele.
Saul colpevole del grave peccato
muore tre giorni dopo l’incontro.
È consultata.

Il potere spirituale in voga,
per dimostrarsi “superiore alle superstizioni”
ed eliminare la concorrenza
appropriandosi dei pagani,
narra di molteplici eventi
accusanti la stregoneria
di amoreggiare con il demonio,
inventando favole ad incutere il terrore
cosicché la notte divenga l’incubo dei più piccini.

In nome della sacralità del bene
avvia lo sterminio delle presunte streghe,
ma non potendo “spargere sangue”
poiché proibito dal Concilio,
opta per una fantasiosa
quanto abominevole
soluzione,
invitando l’assetata platea
ad assistere allo spettacolo.

Tutte donne, le bellissime fanciulle
affascinanti gli uomini
che decidono di bruciarle vive,
ma non prima di abusare dei loro caldi corpi.
Si difendono urlando
e dimenandosi invano.
“Al rogo! Al rogo!”
grida la folla in tumulto,
nascondendosi dietro la maschera
di chi spaccia la sua limitatezza
per legittima paura,
mentre i fieri mandanti siedono a tavola
a spartirsi il bottino
del farsesco processo
crogiolandosi nella millantata
“volontà divina”.

Ciò non accade nel selvaggio Medioevo,
poiché Carlo Magno stesso
nel suo Capitulatio
condanna chiunque uccida una donna
perché la ritiene una strega.

No. Ciò accade nella florida età moderna,
nell’epoca del plaudito Umanesimo
tanto indaffarato ad affermare
la dignità degli esseri umani.

Solo nei secoli a venire
scienziati, antropologi ed intellettuali,
spiegano con innocente distanza
che le belle fanciulle
altro non facevano
che praticare culti e pratiche
di origini antiche,
atte alla guarigione, alla fertilità,
ed il prospero raccolto.
Non erano di certo colpevoli
della grandine e della siccità
che si abbattevano sulle terre
di quella stessa platea
che le guardava bruciare.

E se qualcuno oggi
osa affermare di parlare con i morti
o si diverte ad enunciare profezie
nella migliore delle ipotesi
gli vengono dati dieci dollari
per scoprire le carte.
Ma se ciò che dice è sconveniente,
presto viene rinchiuso
nel più vicino manicomio,
affinché la sua vista venga negata,
affinché il popolo cresciuto
con le favole ad incutere il terrore
si senta al sicuro,
al riparo dal confronto
con ciò che non comprende.

Sempre che,
il potere spirituale in voga
non decida di chiamare la stregoneria
un miracolo,
attribuendolo non ad una strega
ma ad un santo.

Sono brutte.

Hanno un grande naso aquilino
il viso ricoperto da orripilanti nei,
indossano lunghi cappelli a punta
e cavalcano vecchi bastoni
per recarsi al loro sabba.

Salutano la Dea Diana,
protettrice dei poveri,
degli oppressi e dei perseguitati,
con un delicato osculum infame.

Le streghe hanno smesso di esistere
quando noi abbiamo smesso di bruciarle.