Un altro universo [ovvero Democratica Eterogeneità]

C’è una galassia nello Spazio
che ha per fulcro un buco nero.
Dicono che potrebbe essere un cunicolo
spazio-temporale
e che potrebbe finanche portare
in un altro distinto universo.

Non ricordo se l’ho percorso…
Non ricordo, ma…

Conosco un universo
abitato da una bizzarra popolazione
alquanto eterogenea.
Non vi sono due esseri uguali
ma ciascuno ha per certo
qualcosa che lo collega all’altro.

Il più cinico direbbe sia il bacco,
sorseggiato in una tana assai particolare;
ma io che mi perdo in loro so,
che è altro.

L’eterogeneità si amalgama naturalmente
in uno spazio ospitale e democratico
dove ogni specie è accettata
per quello che è.
Un profondo rispetto esistenziale
accomuna gli individui
dando luogo all’onesto confronto
creando, di fatto, un legame
che va ben al di là del vino.

L’assuefazione è data
dallo straordinario stato d’animo
che ravviva i cuori
nutrendo la mente
riempiendo l’essere,
di umanità.

La regina del reame
è un umile farfalla;
dispensa generosamente
sorrisi, carezze, opinioni e consigli.
Conosce l’empatia e la compassione
e, con tenacia, difende ostinatamente
la sua fragilità.

Il suo re è un Octopus vulgaris
dalla barba ei capelli bianchi,
gli occhi buoni e vispi,
forti ventose su lunghi tentacoli e,
come ogni piovra che si rispetti,
tre cuori infinitamente grandi.

L’amico del re appare
prevalentemente di sera.
È il primo che ho conosciuto
nell’estrosa tana.
Stava lì, dietro al banco,
a suggerirmi con garbo e pazienza
un vino di mio gusto
sulla base di un candido e generico
“corposo, secco e poco profumato”!
Un timido sorriso,
pronunciato quanto basta
per farmi tornare,
ancora e ancora.

In questo stravagante universo
la corte brinda coi re
alimentando la sana tradizione
di indulgere in festini e banchetti
favole e risate.

Un uomo alto e magro
è da subito stato con me
oltremodo cortese e gentile.
Non avevo fatto ancora nulla
per meritarmelo.
È un signore pieno di risorse
con una lunga storia alle spalle
travagliata e fortunata.
Padre devoto,
pare ringraziare il mondo
prendendolo come viene.
Mi ha accolto
e per questo lo ringrazio.

Continuando a vagare
nei meandri dell’universo e della tana
ho conosciuto molteplici personaggi:

Un infermiere dal viso buono,
gli occhi piccoli e chiari,
affaticato dai vizi,
taciturno per lo più,
aiuta la gente a star meglio
e quando non lo fa
viaggia con passione e in silenzio
per spazi misteriosi e lontani.
La sua presenza
è una piacevole costante.

Un signore di altri tempi
sembra riflettere silenziosamente
dietro gli occhiali,
indaffarato tra tutti quei pensieri
che corrono veloci nei binari usurati
di una mente fantasiosa.
Ha da fare! Ha da fare!
Mi ricorda un fiabesco coniglio bianco
suscitando in me tenerezza e curiosità!
Anche la sua presenza
è una piacevole costante.

Un gentiluomo siculo,
dai più chiamato “l’architetto”,
racconta i giorni di gloria
passati nella spensieratezza
del predatore circondato
da un’ampia varietà
di concupiscenti prede.
Più sensibile di quanto gli piaccia dimostrare,
più attento di quanto lasci intravedere,
unico nella sua delicata forza,
con le mani ha dato
un’immagine alle mie parole.

Un essere atipico, un vero, un puro,
pedala senza tregua
sempre alla ricerca di qualcosa
incurante di cosa sia
purché la trovi.
Non si fa grande perché lo è,
e con umiltà ascolta
e con risolutezza asserisce
e con generosità regala
e con naturalezza prende.
Non importa se il suo pensiero
non è compreso o condiviso
purché ci sia dialogo
e cadano le maschere.
Pedala e sorride mormorando
tra sé e sé:
“chi non lascia non prende”.

Lo scienziato pazzo,
professore nell’attitudine e nelle affermazioni
indaga, elabora, conclude,
spiega. Spiega…
La sua immaginazione
lo porta ad essere diverso,
estroverso, stravagante
forse un po’ eccentrico e surreale,
ricoperto di sirene, cigni, elefanti ed orologi,
deve ancora cambiare un cinturino
e gli manca solo un pezzo di DNA,
o come direbbe lui
un filamento primordiale azotato.
Non so molto di lui
ma so che gli piacciono il polpo,
le donne, il Giappone, la politica,
il suo orgoglio.
È orgoglioso, sa di esserlo
e pensa di esserlo a ragione.
Lo credo anch’io.

Il gigante buono ha un grande sorriso
e dal primo giorno ha fatto sorridere
anche me.
Si vantava di portare le sue conquiste
a cena da Chez Todis
la cui specialità si traduce
in pizza e mortadella
e con due euro e mezzo passa
la paura.
Mia figlia se ne è innamorata
ed anch’io non posso sottrarmi
dal provare per lui un affetto
fraterno.
È buono, generoso, gioioso,
e da domani non beve più. Yo!

Il pastore sardo ha la voce roca,
cambusiere all’occasione
offre salumi e formaggi
che porta dalla sua terra
e taglia
con un vecchio logoro coltello
immancabilmente fedele.
Si arrangia come può
alla mercé di superficiali giudizi
è fondamentalmente voluto bene
da chiunque si dia l’opportunità
di conoscerlo più profondamente.
Lui e lo scienziato hanno un appuntamento
fatto di bottarga.

Il sarto senegalese ricopre il suo corpo
di fantasiosi ed eleganti drappi colorati.
Nasconde spesso la sua folta chioma rasta
sotto capienti cappelli,
mantenendo sempre una postura
umile e signorile.
Fa avanti e indietro dalla tana
alla sua bottega; non so perché,
ma non importa,
il candido sorriso
inibisce qualsivoglia domanda.

Il sommelier è un caro connaisseur
dei miei vizi più indulgenti,
la sua sola presenza
ha su di me
un effetto allegramente inebriante.
Non lo conosco bene,
si potrebbe dire
che non lo conosco affatto,
ma un dolce salamino al cioccolato
a lui mi ha “scioglievolmente” legato
e posso solo sperare
che mi conceda un giorno
di passeggiare trai vigneti
della sua identità.

Gioca coi bambini la cara signorina
dagli occhi grandi ed il gracile corpicino.
Una piccola confezione
contiene di certo
un’immensa esplosione
di energia e vitalità.
Ha tanto da dire e tanto entusiasmo;
è piacevole incontrarla.

Il tambourine man de’ noantri,
ha modi pacati ed insospettabili;
entra ed esce di scena
con maldestra amabilità.
Poche parole
ricordano la preziosità
del silenzio.

Colui che è sommerso
da una tragicomica marea burocratica,
corre qua e là, fermandosi solo di sera.
Non nega mai un tenue sorriso,
riservato e discreto, è presente
e la sua presenza è gradevole.
Quando non c’è ci si chiede sempre dove sia.

L’ivoriano dalla parlata romana
e l’accento francese
dal giorno in cui passò “il matto”
mi abbraccia come per dire:
“sei al sicuro qui”.
Lo sento e l’apprezzo.
Abbiamo un rendez-vous
in Champagneria,
e se non è oggi
sarà domani…

Il matematico mi parla
dell’infamità delle facciate di Roma,
di scienza e di letteratura;
naviga un fiume in piena
colmo di libri e volumi antichi
che come i cunicoli
trasportano lo spirito
attraverso le galassie
di ragione e sentimenti.
Cucina per gli amici
mentre traduce per me
parole latine.
Le sue note riverberano nelle vene.

Aiuta i poveri di senno
la fanciulla che inconsapevolmente
lancia incantesimi
non con bacchette magiche
ma con magici sorrisi.
Un passato con Darius,
due parole, pane sardo
e mi ammalia, continuamente.

L’orso buono porta gli occhiali
e una macchina fotografica
appesa al collo.
Quando mette la musica
balla come se al mondo
in quel momento
esistesse solo lui.
Ignoro perché i miei occhi
lo vedano come un orso buono,
ma m’ispira tenerezza
e questo è quanto.

E poi c’è lei,
l’ape che da pochi viene compresa
ma che fa naturalmente parte del tutto;
lei lo sa di essere diversa
ma in questa tana non vi sono due esseri uguali
ed io sono in fine contenta
anche della sua presenza.

C’è una galassia nello Spazio
che ha per fulcro un buco nero.
Dicono che potrebbe essere un cunicolo
spazio-temporale
e che potrebbe finanche portare
in un altro distinto universo.

Non ricordo se l’ho percorso…
Non ricordo, ma…

Conosco un universo
che mi ha rapito, stregato,
incantato;
rubandomi un pezzo di cuore
e diventando parte di me.

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