Sono passati cinque anni…

Sono passati cinque anni, eppure sembra ieri che vi ho incontrato
per la prima volta,
a notte fonda, seduti per terra nella piazza di San Lorenzo,
a ridere, bere, fumare, musicare, le passioni,
confondendo sguardi con inviti, sorrisi con promesse,
parole con interminabilità.
Sono passati cinque anni, eppure era una notte simile a questa:
estiva, calda, umida, dolce e insolente.
Sono passati cinque anni, e domani mi mancherete.

Tu, il matto buono, senza limiti e coscienza,
ridevi, quando tutti si burlavano di te,
poi ti perdevi amoreggiando con espedienti,
mentre soffocavano nel conato
di quelle tossiche risa.
Sei volato dall’altra parte del mondo,
attraversando l’oceano,
per allontanarti, avvicinandoti,
ad una terra capace di meraviglia,
dove sei restituito a te stesso.
Mi manchi.

Tu, il cappellaio matto, sognatore navigante il fiume del blues,
la zattera che ti tiene a galla è la tua logora chitarra,
le sirene che ti tengono compagnia, le note dei tuoi spartiti,
bagnati e un po’ stracciati, ma ancora leggibili,
suadenti e pericolose,
te ne inebri ancora, senza temerne gli effetti; li conosci.
Coraggioso, scendi a terra, con i tuoi stivali da cowboy,
forte e fiero, sulle spalle ancora il peso dei limiti che ti imponi per esser giusto,
e non esistono.

Tu, muto spettatore, dagli occhi gentili ed il timido sorriso.
Non dicevi e non dici nulla, i sogni affogati in un bicchiere di whisky
ormai caldo,
trattieni la tua rabbia nella gabbia della calma.
Certo che dentro di te ci sia ancora un mare in tempesta,
non te ne allontani, ma rimani,
come per affrontare la sfida,
intonando la bianchezza della balena
e sapendo in fondo che, con un scivola vai via, prima o poi, trionferai.

Tu, l’armonicista passionale ed appassionato,
uscito dal Danubio, per lasciare la Pannonia,
con un bagaglio pieno di armoniche speranze.
Sei venuto, hai visto, hai conquistato.
Hai creato fusioni incantevoli quanto improbabili,
con il cappellaio matto, ti sei divertito a giocare con l’impossibile.
Sei partito verso nuovi orizzonti,
sostegno amorevole accertato;
ma la tua assenza è presente,
e rimane immutato solo il ricordo del tuo viso,
mentre regalavi i tuoi polmoni ad un pubblico impazzito.

C’eravate anche voi due, teneri e sconosciuti,
avrei voluto conoscervi di più e rubare anche a voi,
ciò che ho rubato
mentre confondevo sguardi con inviti, sorrisi con promesse,
parole con interminabilità:
un frammento del vostro essere,
che custodisco gelosamente, ormai da cinque anni,
come il segreto tesoro, dentro lo scrigno senza chiave,
e tuttavia inarrivabile,
situato da qualche parte, dentro di me.

A voi: “Grazie”.